Toccare la palla dopo la rimessa laterale: quando è fallo e come evitarlo facilmente

La scena mi è rimasta addosso come la polvere di quel campetto di periferia. Era una domenica storta, il vento portava via le voci e un ragazzo con la maglia larga afferrò in fretta il pallone per rimetterlo in gioco. Il compagno chiedeva palla corto, l’avversario marcava a due metri scarsi. Rimessa veloce, rimbalzo cattivo, istinto primordiale: un tocco in più, quasi per addomesticarla. Fischio immediato. Sguardi interdetti, mani allargate, e quel ritornello che ho ascoltato mille volte: “Ma come, mister, ho solo sfiorato!”. È lì che il gioco svela una delle sue trappole più semplici.
La trama nascosta di un gesto quotidiano
La rimessa laterale è il gesto più banale del calcio, eppure è proprio dalla routine che nascono gli errori. A bordo campo si pensa a ricominciare, a guadagnare metri, a sorprendere l’avversario. Si dà per scontato che basti gettare la palla in campo, correre dietro e sistemare il resto. Invece il regolamento pone un confine netto, quasi invisibile nell’urgenza della partita: dopo aver rimesso il pallone, non si può toccarlo di nuovo fino a quando non l’abbia toccato un altro giocatore. È una regola che ho ripetuto mille volte ai miei ragazzi, perché in provincia la furbizia qualche volta precede l’attenzione, e la palla punisce chi si fida troppo dell’abitudine.
Cosa dice davvero il regolamento
La verità scritta è chiara, e vale dalla prima categoria ai campi della domenica mattina. La Regola 15 delle IFAB stabilisce che il giocatore che esegue la rimessa non può toccare di nuovo il pallone fino a un tocco successivo di qualsiasi altro calciatore in campo. Se lo fa, l’arbitro assegna un calcio di punizione indiretto alla squadra avversaria dal punto in cui è avvenuta l’infrazione. Se quel secondo tocco avviene con le mani in modo falloso, la sanzione sale di grado: calcio di punizione diretto, e se l’episodio accade nella propria area, diventa rigore. Il pallone è in gioco non appena entra interamente nel terreno, e da quel momento la responsabilità è tutta di chi lo ha lanciato.
Vale la pena ricordare anche un paio di ricadute note ma spesso dimenticate. Non si può segnare direttamente da rimessa: se la palla finisce nella porta avversaria senza alcun tocco intermedio, l’arbitro assegna rimessa dal fondo; se, al contrario, entra nella propria porta, è calcio d’angolo per gli avversari. E i difendenti, quando la rimessa è battuta, devono stare almeno a due metri dal punto di esecuzione, lasciando lo spazio minimo per l’azione. A volte quel metro rubato con il corpo costringe il rimettitore a un controllo istintivo dopo l’ingresso in campo: anche lì, fischio inevitabile se nessuno l’ha toccata prima.
Perché succede e come evitarlo
Il secondo tocco dopo la rimessa è figlio di due padri: la fretta e la cattiva tecnica. La fretta fa pensare che la cosa migliore sia sorprendere l’avversario buttando la palla a un paio di metri per poi correre a riprenderla. La tecnica, se traballa, tradisce sul rimbalzo, e la mano corre al pallone quasi per carezzarlo. In entrambe le situazioni, chi non ha creato una linea di passaggio sicura finisce per soccombere.
Ho sempre chiesto ai miei esterni una regola semplice: prima di alzare le braccia, alza la testa. Vedi il compagno smarcato? Valuta la distanza dell’avversario? Hai lo spazio per una rimessa lunga sulla corsa? Se la risposta è no, la soluzione non è l’improvvisazione ma la pazienza: prendi un secondo, guadagna quei due metri consentiti, costruisci un triangolo d’uscita. Il calcio premia chi prepara la giocata anche quando sembra di sprecare tempo.
Errori comuni e casi limite
Ci sono errori che si ripetono con una costanza quasi didattica. Il primo è la rimessa su se stessi, mascherata da palla corta da raccogliere in corsa. L’arbitro non guarda l’astuzia, guarda il tocco successivo: se non c’è stato un contatto di un compagno o di un avversario, quel secondo intervento è fallo, indiretto e proteste annesse. Il secondo è la rimessa sulla schiena del difensore troppo vicino. Funziona a patto che poi a toccare sia quel difensore o un altro calciatore; se la palla rimbalza su un cartellone o torna dal terreno e il rimettitore la gioca di nuovo, il fischio arriva lo stesso.
Un altro equivoco è la gestione delle mani subito dopo il lancio. Qualcuno, ingannato dalla postura, accenna a trattenere la palla quando rientra in campo, quasi fosse un prolungamento della rimessa. Ma la rimessa finisce nel momento in cui la palla tocca il terreno di gioco: da lì in poi, qualsiasi contatto volontario di mano del rimettitore è giudicato come fallo di mano, diretto o rigore se avviene nella sua area. È raro, ma l’ho visto succedere in giovanili affollate e in partite tese, quando i riflessi superano la lucidità.
Esistono anche i casi di “tecnica viziata”, che non c’entrano col secondo tocco ma possono confondere. Se i piedi non sono in contatto col terreno, se il lancio non parte da dietro la testa con entrambe le mani o se la posizione è irregolare sulla linea, la rimessa è considerata eseguita in modo scorretto e passa agli avversari. Qui non si parla di tocchi successivi, ma il risultato è identico: possesso perso e ritmo spezzato.
Esercizi semplici e trucchi di campo
Quando allenavo i ragazzi in oratorio, dedicavo cinque minuti a fine seduta a una serie di rimesse con vincolo. Il compagno più vicino doveva muoversi in diagonale, offrendo il corpo tra palla e avversario, mentre il rimettitore aveva il divieto assoluto di toccare di nuovo. Sembrava un gioco, ma serviva a scolpire l’automatismo del primo appoggio sicuro. Con i più piccoli funzionava anche il “gioco del semaforo”: rosso se la linea è chiusa, giallo se c’è un rischio, verde se trovi il terzo uomo libero. All’inizio era un coro di rossi, poi, con l’abitudine, il verde spuntava naturale.
C’è un trucco che nei campi di provincia ha sempre pagato: concordare un segnale tra rimettitore e compagno più vicino. Una parola, un gesto rapido della mano. Se la chiamata è quella giusta, la palla va sulla corsa di chi viene incontro, protezione, scarico indietro, uscita pulita. Il rimettitore, così, si libera dalla tentazione di seguire il pallone e sa che il secondo tocco non appartiene a lui. È un automatismo che vale più di mille rimproveri a gioco fermo.
Nelle categorie in cui l’arbitro lascia correre un po’ di più, si vede spesso la rimessa veloce all’indietro, verso il centrale o il portiere. È una soluzione da usare solo se c’è angolo di passaggio chiaro e controllo orientato. Il pallone non esce mai da solo dai guai: lo fa con l’aiuto di una postura corretta e di una chiamata precisa. E se la palla rimbalza male, la miglior scelta resta non toccarla e lasciare che il compagno la giochi. Meglio perdere un metro che perdere il possesso con un indiretto contro.
Letture del gioco e lucidità
Il secondo tocco punito nasce dall’ansia di fare in fretta. Ma il calcio, persino nelle sue ripartenze più rapide, chiede una pausa di lettura. C’è un avversario a distanza irregolare? Segnalalo e guadagna il rispetto dei due metri. Il compagno è marcato a uomo? Evita il coltello nella giungla e cerca il lato debole con un lancio alto, purché corretto nel gesto. La lucidità sta nel distinguere l’azione brillante dall’azzardo, nell’accettare che un secondo in più con le braccia alzate può risparmiarti un minuto di proteste a palla ferma.
E poi c’è il tema del contesto. In un campo stretto, con tribunette a ridosso e pubblichino rumoroso, l’istinto accelera. È lì che la regola, studiata negli spogliatoi, diventa scudo. Sapere che il tuo compito finisce quando la palla ha superato la linea e toccato un altro giocatore ti libera la testa. Da istruttore l’ho sempre vissuto così: non è una catena che limita la creatività, è una rotaia che ti porta fuori dai guai.
Il cerchio si chiude dove tutto comincia
Ripenso a quel ragazzo di periferia e a quel fischio secco che tagliò il vento. Gli bastarono due allenamenti per non cascarci più. Prima di rimettere, guardava il compagno, spostava un passo il piede, attendeva il taglio. La palla entrava, il tocco era di un altro, e lui rimaneva sulla linea, pronto a ricevere in corsa. Il gesto più comune del calcio tornava ad essere semplice, come dovrebbe. Perché il confine tra furbizia e fallo è spesso il tempo di un battito, e la rimessa ben eseguita è il modo più facile per restare dalla parte giusta.

